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Il dramma sublimato in bellezza. La storia di Mari Katayama, l’artista che mette in scena le sue malformazioni

Mari Katayama, you’re mine #001, 2014. Courtesy the artist © Mari Katayama
Mari Katayama, you’re mine #001, 2014. Courtesy the artist © Mari Katayama

Mari Katayama (Giappone, 1987) è nata con l’emimelia tibiale, una malformazione congenita estremamente rara che impedisce alle ossa della parte inferiore delle gambe di svilupparsi completamente. Nel suo caso, la malattia ha comportato inoltre una malformazioni ai piedi e alla mano sinistra, che la faceva assomigliare a una chela di granchio. Oggi a 37 anni è un’artista multimediale di fama mondiale, nota per i suoi lavori scultorei e fotografici, che mettono al centro il corpo, l’identità, l’esperienza dell’amputazione e della disabilità. Ma ovviamente il percorso non è stato affatto semplice.

Da bambina, Katayama indossava scarpe speciali fissate alle gambe con dei lacci che le impedivano di indossare abiti normali. Bisnonna, nonna e madre cucivano costantemente vestiti per lei e la incoraggiavano a crearne di propri. “Ho imparato a tenere in mano ago e filo prima di poter tenere in mano una matita“, racconta di sé. Non è un caso dunque che molte degli oggetti di cui si circonda nelle sue fotografie, allestite nei minimi dettagli e ricche di suggestioni, siano spesso ricamati o cuciti. All’inizio erano realizzazioni che Katayama creava per il gusto di farlo, per se stessa, senza l’idea che sarebbero diventate parte integrante della sua poetica artistica.

All’età di nove anni, di sua spontanea volontà, decise di farsi amputare la parte inferiore delle gambe. “La scelta era tra essere legata su una sedia a rotelle per il resto della mia vita – o essere in grado di camminare ma perdere le gambe. Ho scelto di camminare”. Imparare a camminare sulle protesi per le gambe le ha instillato una disciplina e una concentrazione che, a suo avviso, sono state trasferite nella sua pratica artistica.

Così l’arte diventa una terapia, la sintesi di tutto ciò che, nel bene e nel male, componeva la sua vita. Continua a cucire e ricamare, a intervenire sul suo corpo e sull’ambiente che la circondava. E poi scattava. I suoi primi autoritratti sono allestiti nella sua camera da letto, indossando una parrucca bionda con un paio di gambe imbottite riccamente ricamate poste davanti a lei come se fossero le sue. Gradualmente le foto si allontanano dalla narrazione di sé e diventano una sorta di gioco di ruolo, di interpretazione scenica. É in tutto e per tutto staged photography.

Nel descrivere il suo lavoro Katayama scrive, “Le bambole e le gambe protesiche che compaiono ripetutamente nel mio lavoro possono essere un tentativo di dare un senso al mio corpo attraverso l’atto di misurare, smontare e ricongiungere“.

La sua prima mostra personale, intitolata You’re Mine, è stata esposta alla galleria Traumaris di Ebisu nel 2014. Al centro, ovviamente, una selezione di autoritratti che raccontavano lo studio e l’esperienza del suo corpo. A colpire, ancora oggi, è lo stile elegante e misurato delle sue composizioni, che seguono un’estetica propria, a cavallo tra il grottesco e la fotografia di moda, con un accenno di atmosfera belle epoque.

Nel 2017 arriva la consacrazione istituzionale, con una retrospettiva (1987-2017) al Gateau Festa Harada, e la mostra On the Way Home, che presentava una serie di nuovi lavori, al Museum of Modern Art, Gunma. Nel 2019 tiene la sua prima personale fuori dal Giappone, intitolata Broken Heart, alla White Rainbow di Londra, ed è anche tra le artiste invitate alla Biennale di Venezia. Nel 2021 è protagonista di alcune mostre in Francia, tra cui quella alla Kitchen Gallery di Parigi.

A queste si aggiungono numerose collettive in giro per il mondo, compresa una al PAC di Milano nel 2023, che la rendono oggi un’artista ricercata e unica, dalla poetica precisa: il dramma che si sublima in bellezza.

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